mercoledì 10 giugno 2020

La resa di Vercingetorige

Caio Giulio Cesare

De bello Gallico
La resa di Vercingetorige

Nel giorno successivo Vercingetorige, convocato il consiglio, dichiara di aver intrapreso quella guerra non per interessi personali ma per la comune libertà, e, dal momento che è necessario accettare la sorte avversa, dichiara di consegnarsi loro per qualsiasi sorte, sia che volessero placare i Romani con la sua morte, sia che volessero consegnarlo vivo. Vengono inviati ambasciatori a Cesare per trattare la resa. E Cesare dà ordine di consegnare le armi e di condurre a sé i capi. Egli stesso si reca sulla linea davanti all’accampamento romano: là gli vengono condotti i capi. Vercingetorige gli viene consegnato come prigioniero, gettano a terra le armi. 
Risparmiati gli Edui e gli Arverni, Cesare distribuisce a tutto l’esercito i prigionieri, uno per ogni soldato, a titolo di preda.

martedì 9 giugno 2020

Le tecniche divinatorie


Le tecniche divinatorie

Gli antichi riconoscevano agli Etruschi una competenza superiore in campo religioso, consapevoli che nella società etrusca il sacro occupava un posto centrale. Lo storico latino Livio ricorda che gli Etruschi si dedicavano a pratiche religiose più di ogni altro popolo ed eccellevano nell'arte di coltivarle. Infatti, per gli Etruschi il mondo era disseminato di segni mandati dagli dei, per cui misero a punto una scienza che permettesse di individuare tali segni e di capirli. Essi svilupparono raffinate tecniche divinatorie, che ebbero poi molta fortuna a Roma fino alla tarda antichità: interpretazione dei fulmini, del volo degli uccelli e dei prodigi, esame delle viscere delle vittime sacrificali. La concezione etrusca di una presenza diffusa della divinità nel mondo e del continuo sforzo per conoscerne la volontà è illustrata bene da un passo di Seneca: «Questa è la differenza tra noi e gli Etruschi: noi crediamo che i fulmini siano provocati dallo scontro tra le nubi; essi che le nubi si scontrino per provocare i fulmini. Poiché rapportano tutto alla divinità, sono convinti che le cose non hanno un significato in quanto accadono, ma che accadono per portare un significato»(Questioni naturali, II,32,2).
Tra le varie arti divinatorie, si ricordavano come peculiari degli Etruschi l'esame dei fulmini e delle viscere. Per quanto riguarda i fulmini, tutti i precetti per interpretarli erano stati raccolti in appositi libri (Libri fulgurales), frammenti dei quali sono riportati da scrittori latini. I fulmini erano accuratamente classificati distinguendo il punto di impatto, il luogo toccato, gli effetti provocati; importantissimo era individuare la parte del cielo da cui provenivano e la direzione, per potere identificare quale dio mandava il segno. Infatti, gli Etruschi avevano idealmente diviso il cielo in settori occupati dalle varie divinità: a seconda della provenienza del fulmine si poteva comprendere quale era la divinità autrice e se si trattava di un segno favorevole o sfavorevole.
L'altra tecnica, l'extipicina, prevedeva l'esame del fegato delle vittime sacrificali, per trarne auspici sul futuro. Anche in questo caso tutte le informazioni erano state raccolte in appositi libri, i Libri aruspicini, di cui però non ci è rimasto niente. Ma dal modellino bronzeo di fegato ovino trovato presso Piacenza, sappiamo che anche in questo caso gli Etruschi avevano idealmente diviso l'organo in tante caselle, ognuna assegnata ad una divinità. Molto importante era l'esame dell'escrescenze anatomiche: il così detto lobus piramidalis, la cui assenza era un presagio terribile, e la vescica biliare, dedicata a Nettuno. Dall'esame di questa vescica si traevano presagi su eventi collegati alle acque, come avvenne per la battaglia navale di Azio tra Antonio e Ottaviano nel 31 a.C.

lunedì 8 giugno 2020

Romolo


Romolo

I Romani, su modello di quanto accadeva per le città greche che avevano un eroe fondatore,   Roma venne fondata da Romolo, poi divenuto un dio:

“Mentre (il re Romolo) teneva un'assemblea nel Campo Marzio, una tempesta scoppiata all'improvviso con grande fragore di tuoni avvolse il re in una nube così densa, da sottrarlo alla vista; da allora Romolo non fu più sulla terra [...]. Poi tutti quanti salutano Romolo come un dio nato da un dio, re e padre della città di Roma”.

Livio, I, 16, 1-3,I sec. a.C.- I sec. d.C.

domenica 7 giugno 2020

Le principali strade romane

Le principali strade romane

Via Appia
data: 312 a.C.
costruttore: censore Appio Claudio
lunghezza: 365 miglia, 540 km
itinerario: Roma-Capua-Benevento-Taranto-Brindisi
stato di conservazione: alcuni tratti lastricati (Appia antica)

Via Popilia
data: 132 a.C.
costruttore: console Gaio Popilio Lena
itinerario: Capua-Eboli-Cosenza- Reggio Calabria
stato di conservazione: cattivo

Via Valeria Pompea
data: 210 a.C.
costruttore: istituita dal console M. Valerio Levino
itinerario: periplo della Sicilia
stato di conservazione: cattivo

Via Salaria
data: preromana, lastricata nel II secolo
itinerario: originariamente Roma-Rieti; nel 16 a.C. Augusto la portò fino all’Adriatico (Ascoli Piceno)
stato di conservazione: sopravvivono alcuni ponti e tratti lastricati

Vie Tiburtina, Valeria e Claudia Valeria
data: 307 a.C.-490 d.C.
costruttore: console Marco Valerio Massimo e l’imperatore Claudio
itinerario: Roma-Tivoli-Corfinio-Pescara
stato di conservazione: sopravvivono alcuni ponti e tagli nella roccia

Via Latina o Casilina
data: preistorica, restaurata nel IV secolo a.C.
itinerario: Roma-Capua (Casilinum)
stato di conservazione: notevoli tratti lastricati

Via Cassia
data: 171 a.C.
costruttore: console Caio Cassio Longino
itinerario: Roma-Chiusi-Arezzo-Firenze-Bologna (con ramo Firenze-Pistoia-Lucca-Pisa)
stato di conservazione: lunghi tratti di selciato e alcuni ponti

Via Aurelia e Via Emilia Scauri
data: 241 a.C. e 109 a.C.
costruttore: console Caio Aurelio Cotta e Marco Emilio Scauro
lunghezza complessiva: 438 miglia, 649 chilometri
itinerario: (Aurelia) Roma-Civitavecchia-Tarquinia-Vetulonia-Scarlino; (Emilia Scauri) Scarlino-Luni-Genova-Vada

Sabatia (Vado Ligure).

Via Flaminia
data: completata nel 220 a.C.
costruttore: completata dal console Gaio Flaminio Nepote
itinerario: Roma-Civita Castellana-Narni-Terni-Foligno-Fano-Rimini
stato di conservazione: ponti, tratti lastricati, opere di contenimento

Via Emilia
data: 187 a.C.
costruttore: console Marco Emilio Lepido
itinerario: Rimini-Faenza-Bologna-Modena-Reggio-Parma-Piacenza
stato di conservazione: alcuni ponti e limitati tratti lastricati

Via Postumia
data: 140 a.C.
costruttore: console Spurio Postumio Albino
itinerario: Genova-Tortona-Piacenza-Cremona-Verona-Vicenza-Aquileia
stato di conservazione: alcuni tratti lastricati

sabato 6 giugno 2020

La nave da guerra romana

La nave da guerra romana era la quinquereme, una galea lunga circa 40 metri e larga da 6 a 7. 
I rematori erano disposti su tre ordini, due per remo nei due superiori e uno per remo in quello inferiore. L’equipaggio era  composto da 300 marinai (270 dei quali ai remi) e da 120 fanti di marina, con una ventina di ufficiali e sottoufficiali. 
I Romani combattevano in mare come sulla terraferma grazie ai “corvi“, delle passerelle lunghe circa 8 metri, imperniate a prua delle navi. Calato sul ponte di una nave nemica, il corvo la tratteneva saldamente permettendo ai soldati di abbordarla e di sfruttare la loro superiorità all’arma bianca. 
Le navi da battaglia erano dotate di uno sperone di bronzo a triplice punta (rostro) che sporgeva sott’acqua, con il quale sfondavano, speronandole, le carene delle navi nemiche; erano provviste di catapulte, baliste e altre macchine per lanciare proiettili, oltre che di torri di legno dalle quali bersagliare di frecce il nemico. Come tutte le navi dell’antichità anche quelle romane portavano dipinti a prua due grandi occhi che dovevano proteggere dagli spiriti maligni. 
Dal I secolo a.C. i Romani costruirono navi da guerra di ogni dimensione, con sei e anche con dieci ordini di remi (hexeres e deceris), oltre a leggere e veloci triremi (liburnae). Le basi navali più importanti erano a Miseno, presso Napoli, e a Ravenna sull’Adriatico.

venerdì 5 giugno 2020

Fabulae praetextae

Le Fabulae praetextae
Le Fabulae praetextae, trattavano temi di tipo romano, così definite dal fatto che gli attori indossavano la praetexta, abito di foggia romana. Nevio ne fu il primo estensore, si  ricollegava alla tradizione dei carmina convivialia. Conosciamo  due titoli: Romulus (o Lupus, “La lupa”, alcuni gli attribuiscono il titolo di una terza praetexta), opera riferita alla leggenda di Romolo e Remo, allattati 
dalla lupa dopo che Amulio li fece abbandonare alla corrente del fiume Tevere, perché la loro morte avenisse per annegamento; Clastidium, per la vittoria ottenuta sui Galli Insubri dal console Claudio Marcello a Casteggio, nel 222 a.C.

giovedì 4 giugno 2020

Rumon - Rumor

Escludendo la tesi che il nome “Roma” derivasse dall'eponimo Romolo,  questo potrebbe far pensare - come vuole l'ipotesi trasmessa da Servio - a Rumon, o Rumor, antica denominazione del Tevere. Rumon appare nome etrusco e, significando “porta”, potrebbe riferirsi alla porta del Palatino, poi detta Flumentalis, volta appunto verso il Tevere; ma osta a questa ipotesi il fatto che il Tevere, stando a Varrone, si chiamava anticamente Albula, viene ipotizzata una derivazione da ruma, “mammella” (perché le località del Palatino si profilavano come sagome di mammelle).