domenica 11 maggio 2008

«II parcheggio sotto il Pincio è fuorilegge»

«II parcheggio sotto il Pincio è fuorilegge»
Simona De Santis
Corriere della Sera, 19/10/2006

L'associazione, pronta a rivolgersi alla Procura, propone una soluzione alternativa: «Un trenino di superficie da Valle Giulia»
Denuncia di Italia Nostra: « Violata la direttiva europea sull'impatto ambientale»

La posizione di Italia Nostra sul progetto per il parcheggio sotterraneo al Pincio non cambia. Subito dopo l'approvazione del Consiglio comunale, il 25 settembre, arrivarono le prime reazioni: «È un grave errore urbanistico». E ora l'associazione annuncia battaglia: «La decisione del Campidoglio non rispetta la legge e, se verranno escluse soluzioni alternative, studieremo una azione penale» annuncia il vice presidente Italia Nostra Lazio, Oreste Rutigliano. Secondo il quale sarebbero state violate la «direttiva europea del 1985, sulla valutazione di impatto ambientale, e gli articoli 10 e 20 del Codice Urbani, in cui sono definiti "oggetto di tutela tra i beni culturali le pubbliche piazze, vie, strade ed altri spazi aperti urbani di interesse artistico e storico". E - osserva Rutigliano - quale intervento peggiore dello svuotare la terrazza più famosa di Roma per ricavarne una rimessa?».
Italia Nostra denuncia «l'incredibile indifferenza dell'amministrazione verso altre iniziative, atte a salvare il substrato archeologico romano e a scongiurare che piazza del Popolo divenga una enorme rotatoria». Dall'assessore capitolino all'Urbanistica, Roberto Morassut, arriva un laconico «la vicenda non è di nostra competenza. I lavori saranno eseguiti dall'Atac». E l'azienda per i trasporti, che darà materialmente il via alla realizzazione della struttura entro il prossimo aprile, non ci sta: «Il progetto è stato approvato da tutte le associazioni che rappresentano i cittadini romani e apprezzato dalle diverse sovrintendenze coinvolte», ricorda il presidente Fulvio Vento. «Ciò conferisce ad esso un indiscutibile marchio di democraticità e affidabilità sotto il profilo della tutela dei beni culturali». E aggiunge: «Sarà una struttura sotterranea, non percepibile all'esterno, che servirà alla pedonalizzazione del Tridente, alleggerendolo dalla morsa delle auto».
«Deve essere rispettato il diritto dei residenti del Centro ad avere l'auto», osserva Rutigliano. «Per questo proponiamo altre opzioni, come l'ampliamento del parcheggio al galoppatoio di Villa Borghese, oggi totalmente inefficiente. E, soprattutto, la creazione di un nuovo parcheggio a Valle Giulia, collegabile al Tridente tramite uno specifico trasporto ettometrico». Si tratta di una mini metro (con cabine di 4 metri per 3) che, secondo l'Onlus, viaggiando ad una velocità massima di 43 chilometri orari, coprirebbe i 700 metri tra Valle Giulia e il Centro in un minuto. Il trenino, dicono, «potrebbe partire dal museo d'Arte contemporanea ed avere come sfogo lo spazio commerciale della Margutta Arcade». Costoso? Forse sì, anche se dall'associazione non indicano una cifra precisa. Sicuramente, concludono, meno distruttivo di una «struttura in cemento per più di 700 auto».

Scoperti all'Ostiense tombe e mosaici romani

Scoperti all'Ostiense tombe e mosaici romani
CARLO ALBERTO BUCCI
26 OTT 2006, CORRIERE DELLA SERA

Roma delle meraviglie archeologiche. Negli scavi per una nuova costruzione sulla via Ostiense è appena tornato alla luce un nuovo tassello delle bellezze archeologiche romane, una piccola quanto preziosa necropoli dotata di colombari e interessanti mosaici. La scoperta è avvenuta a poca distanza dalla Centrale Montemartini, che da pochi anni si è trasformata in una geniale contaminazione archeo-industriale tra la vecchia struttura dell'impianto ottocentesco industriale post-unitario e l'inserimento nei suoi ambienti di una ricca dotazione di statue romane di epoca imperiale. Il nuovo colombario ritrovato è vicino al già noto «Sepolcreto Ostiense», vasta necropoli dei secoli I a.C.-IV d.C. visibile in parte da una tettoia al centro della strada e a ridosso dello strapiombo tufaceo detto Roccia di San Paolo, che precede la basilica di San Paolo fuori le Mura. Si suppone che il nuovo colombario faccia parte del sepolcreto già conosciuto. La scoperta permetterà di rivalutare l'intera zona archeologica che finora era scarsamente valorizzata.


UN UCCELLO spiega le ali. Un cervo maestoso. Una capiente anfora, fonte di vita. Incorniciati dal fregio geometrico di una città turrita. E sepolti per almeno 1700 anni sotto il "pacco alluvionale", la terra portata dal Tevere durante un'inondazione del terzo secolo. Ma ora c'è di nuovo vita a cinque metri di profondità sotto il livello di via Ostiense. Siamo nel fossato scavato accanto alla centrale Montemartini, archeologia industriale riconvertita in museo d'arte classica. Qui i sondaggi per la costruzione di un palazzo di uffici hanno portato alla luce tre strutture funerarie del cimitero che correva ai lati della via consolare. «A parte le strutture presenti davanti l'Università, è il primo sepolcreto ritrovato sull'Ostiense, una zona in cui la concentrazione dei palazzi non ha permesso di fare scavi», spiega Rita Paris, della Soprintendenza archeologica di Roma. «Questo ritrovamento — aggiunge l'archeo-loga — conferma l'importanza degli scavi preventivi che consegnano tesori alla collettività ma anche ai pro-prietari del palazzo in costruzione, nonostante i ritardi imposti al cantiere».
Il sepolcreto, con le sue 25 fosse, e il colombario (10 olle, con le ceneri dei defunti), sono accompagnati da un mosaico pavimentale di grande suggestione. È un inno alla vita—integro nel suo messaggio, nonostante le parti mancanti — in
un luogo in cui le sepolture dei defunti si sono succedute, e/o sovrapposte, dal primo al secondo secolo dopo Cristo. «Agli inizi dell'età tiberiana risale la prima struttura», racconta l'archeologo Giorgio Gatta, che porta avanti il lavoro con Anna Maria Durante, assistente di scavo della Soprintendenza. «Ma nel corso degli anni furono gli stessi, o successivi, padroni della "tomba", a far rompere il mosaico per inserire al-
tre sepolture».
Oltre l'arte musiva, le tracce di stucchi e d'intonaco, l'occhio e la mano del 39enne archeologo lisciano il muro in mattoni. Integro, come fatto oggi. «Un' opera laterizia perfetta anche agli angoli. Mentre il muro del sepolcreto neroniano è più grossolano». E l'attenzione si sposta sulla successiva "cappella di famìglia", costruita sotto Nerone alzando ben sei colonne, due delle quali giacciono ancora a terra. «Quando qui — aggiunge Gatta—arrivò la terra portata da un alluvione del fiume tra III e IV secolo, il sepolcreto era stato ormai abbandonato, pareti e colonnati erano già parzialmente caduti».
Come la cenere a Pompei, l'alluvione ha immobilizzato i reperti, fermato il tempo, consegnato all'oblio il cimitero in declino. Ma ecco che un'archeologa porta alla luce in diretta un teschio appena rinvenuto nella fossa della successiva struttura funeraria. La terza, ma non l'ultima... «Sotto quel mucchio di terra—annuncia Gatta-ci sono certamente altre sepolture: la linea continua che portava fino alla Piramide».
Non si sa a quali famiglia appartengano i poveri resti. «Un'iscrizione ricorda la gens pompeia» rivela Gatta. «Non è certo che fosse un sepolcreto di questo clan, ma ci conferma che siamo nel primo secolo. E, comunque, si è trattato di una famiglia benestante». Accanto alle tombe con mosaici, stucchi e corredi funerari, ecco però le povere cappuccine: una fossa, Io scheletro e una copertura con vecchie tegole che recano però impressi marchi di fabbrica del secondo secolo. L'Ostiense, come l'Appia, strada di commerci e di compianti. Via lungo la quale i romani ricordavano i loro avi seppelliti, come voleva la legge, fuori dalle mura. E gli stavano accanto anche attraverso le libagioni. Poco più in là, un operaio mette in luce un segnacolo: quattro sassi in croce che potevano fare da sostegno a un palo intorno al quale tendere un telo e stendersi per un pranzo frugale da consumare accanto ai propri cari.

Parlare latino ai Fori. Lo vogliono i turisti

Parlare latino ai Fori. Lo vogliono i turisti
Gianluca Ferretti
Il Tempo 03/11/2006

No, il latino non è una lingua morta. Forse il ministro per i Beni e le Attività Culturali (e vice premier) Francesco Rutelli non lo sa, ma sono numerosi i turisti (tanti gli americani) che arrivando al Foro Romano sperano di trovare una guida in grado di parlare in latino. E, purtroppo, non la trovano. È davvero un peccato, perché o fascino dei monumenti - e della storia - dell'antica Roma potrebbe permettere a centinaia di studiosi (anche giovani, amanti della nostra vecchia lingua) di continuare a dialogare, nel mondo contemporaneo, in latino, senza dover abbandonare quanto è stato appreso durante gli anni trascorsi nei licei. Nelle nazioni anglosassoni c'è un vero e proprio culto per la storia dell'impero romano (da Mondadori è appena uscito un libro intitolato "Imperium", firmato da Robert Harris), anche grazie ad alcune serie televisive che hanno raccontato la vita quotidiana di due millenni fa.
E poi, una volta, il latino rappresentava una lingua internazionale, capace di abbattere le differenze tra i popoli: come oggi accade con l'inglese. Gli appassionati non mancano, in ogni parte del pianeta: qualsiasi edizione di "certamen" viene letteralmente invasa da esperti internazionali che sono in grado di ricordare - parola per parola - testi di Cicerone, Tacito, Svetonio, Palma il Vecchio. Chissà quanti turisti colti accorrerebbero, davanti alla promessa di poter incontrare una guida capace di condurli a scoprire la via Appia Antica parlando in latino. All'Auditorium è stato dimostrato, con la conferenza di Andrea Carandini, che in questa città non mancano cinquemila persone che - di domenica - abbandonano altri piaceri per mettersi in fila ed ascoltare una lezione d'autore sulla storia romana. Nel mondo sono ancora in tanti a conoscere il latino: perché non proviamo a riutilizzare la lingua dei nostri antenati, per donare ulteriore fascino al turismo culturale?

Ecco la Teano sotterranea. Rinvenuti i resti di un monumento funerario (I sec.d.C.)

ARCHEOLOGIA Ecco la Teano sotterranea. Rinvenuti i resti di un monumento funerario (I sec.d.C.)
PAOLO BROCCOLI
02/11/2006, Il Mattino

Teano Dopo l'area del mercato della città antica, continuano le scoperte archeologiche nel territorio sidicino. Stavolta sono state effettuate durante i lavori di restauro, ancora in corso, di una torre medievale, risalente al tredicesimo secolo, lungo la cinta muraria tra viale Italia e le rampe dell'ospedale. Sono stati, infatti, rinvenuti nella parete esterna alcuni grossi blocchi architettonici di un monumento funerario di epoca romana, molto probabilmente risalente al I secolo dopo Cristo e proveniente dalla vicina necropoli di "Orto Ceraso". Inoltre, alla base della torretta è stata scoperta una cisterna di epoca medievale con un sistema di canalizzazione esterno che serviva a convogliare l'acqua piovana. A fornire queste notizie è stato, ieri mattina, l'architetto Alfredo Balasco, esperto della materia, tra i primi a prendere visione della nuova duplice scoperta, avvenuta casualmente durante i lavori eseguiti da una ditta specializzata nell'ambito del progetto "Ospitalità nei borghi", finanziato dalla Regione Campania su richiesta dell'amministrazione comunale guidata dal sindaco Raffaele Picierno. Ciò ha suscitato anche l'interesse di Maria Luisa Nava, responsabile della Soprintendenza Archeologica, che ha incaricato l'ufficio di Teano, diretto da Francesco Sirano, di seguire i lavori ed eseguire lo scavo della cisterna, in prossimità della quale sono state, inoltre, individuate arcate e cunicoli, alcuni dei quali forse facenti parte dell'antico acquedotto della città. "Questo conferma che c'è una Teano sotterranea ancora tutta da scoprire", sottolinea l'assessore all'urbanistica e alle politiche sociali Gian Paolo D'Aiello, che per conto dell'amministrazione comunale si sta occupando dell'intervento. "Oltre a restaurare la torretta e a realizzare alla base un'idonea pavimentazione -spiega D'Aiello- è prevista anche la realizzazione di una rotonda per canalizzare meglio il traffico e istituire i sensi unici in viale Italia e in viale Europa, attualmente a doppio senso". Nell'ambito dello stesso progetto finanziato dalla Regione sono previsti altri due interventi. Il primo consiste nella realizzazione di un giardino sopraelevato in borgo Sant'Antonio Abate, all'ingresso della città, nel punto in cui è stata scoperta una domus romana di età augustea; il secondo nel potenziamento della pubblica illuminazione e nella realizzazione di una striscia verde lungo le antiche mura, denominate "Muraglione", a ridosso del centro storico. Da segnalare, poi, la prossima gara di appalto per la valorizzazione dell'area dove è stato rinvenuto l'antico mercato della città, illustrato con l'ausilio di una suggestiva ricostruzione dallo stesso architetto Alfredo Balasco nel convegno sull'istituzione del Parco Archeologico di Teano.

(Napoli) Scienziati e sponsor da Tokyo per gli scavi di una villa romana

(Napoli) Scienziati e sponsor da Tokyo per gli scavi di una villa romana
Livio Coppola
la Repubblica - Cronaca Napoli, 02-NOV-2006

L'antica dimora alla periferia di Somma Vesuviana torna alla luce grazie all'università del Giappone

MASANORI Aoyagi è un archeologo giapponese di 63 anni. A Tokyo dirige il Museo di Arti Occidentali, nella sua lunga carriera ha lavorato a Pompei, Agrigento e Tarquinia, senza mai smettere di cercare nuovi resti della civiltà classica.
Dal 2002 la sua missione è stata quella di riportare alla luce una villa romana nella periferia nord di Somma Vesuviana. Un progetto, finanziato direttamente dall'Università di Tokyo e curato in collaborazione con l'Istituto Suor Orsola Benincasa, che in pochi anni ha portato al ritrovamento di buona parte dell'antichissima struttura dell'edificio, risalente al primo secolo dopo Cristo e un tempo considerato possibile dimora di Ottaviano Augusto.
Scavo dopo scavo sono venuti fuori dai certosini lavori di ricerca un colonnato, diverse pareti decorate, due statue e, nelle ultime settimane, i resti di una grande abside, oltre a una lunga serie di reperti più piccoli. Le rovine, grazie anche ai volontari della Pro Loco, sono state aperte al pubblico per tutta una giornata un paio di settimane fa. Poi il sito è stato di nuovo chiuso e così resterà fino al rinnovo della concessione di scavo.
"La prima aveva durata quinquennale — spiega il professore Masanori Aoyagi —. In questo mese di novembre discuteremo con il Ministero dei Beni Culturali per tentare di continuare il nostro lavoro. Non ci hanno mai opposto problemi e sono certo che ottimisticamente sarà così anche stavolta".
E' difficile che la missione di scavo possa essere ostacolata da necessità di tagli di finanziamenti. Dal 2002 ad oggil'equipe di tecnici e archeologi giapponesi, ben coadiuvata da studiosi ed esperti del luogo, ha scovato nuovi reperti durante tutte le campagne di scavo. L'ultima c'è stata ad agosto e settembre appena trascorsi. Soprattutto va considerato che i lavori da sempre sono stati finanziati interamente dall'Università di Tokyo e dal ministero della Cultura nipponico, che fino ad ora hanno investito quasi due milioni di euro, poco meno di quattro miliardi di vecchie lire. "Personalmente ho anche contribuito a creare, a Firenze, la Fondazione Romualdo Del Bianco — spiega ancora il professore Aoyagi — che attualmente è proprietaria dell'intera superficie del sito archeologico, che oggi supera i cinquemila metri quadri. Una volta finita la missione, doneremo tutto allo Stato italiano. Noi siamo qui per il prestigio accademico della nostra università e per amore dell'archeologia, per nient'altro".
Per alloggiare a Somma Vesuviana durante gli scavi, gli studiosi giapponesi (una quindicina circa) hanno affittato un'antica masseria del '700, provvedendo persino a restaurarla.
"Spero che in seguito ci giunga qualche aiuto dalle istituzioni locali — dichiara fiduciose l'archeologo - se non altro per rendere il site visitabile da turisti che giungono in zona per ammirare Pompei, Ercolano e gli altri bei siti archeologici di quest'area che possiede tesori inestimabili".
L'unico aiuto certo, per ora, è quelle prettamente scientifico del l'Istituto Suoi Orsola Benincasa. "In quattro anni abbiamo creato una nuova sensibilità sul territorio — spiega Antonio De Si mone, direttore del corso di laurea in Restauro —. Avevamo problemi anche a far concepire una ricerca archeologica che non fosse costiera. Siamo un po’ i pionieri degli scavi nel Nord-Vesuviano. I risultati ottenuti a Somma sono anche superiori alle aspettative. Ora ci sono nuovi ritrovamenti di grande interesse nel territorio di Pollena Trocchia. Anche lì siamo aiutati da un'università straniera questa volta degli Stati Uniti quella di Provo, nello Utah".
A Somma Vesuviana intanto è tempo di partenze. L'equipe di Aoyagi tornerà a Tokyo per aggiornare l'università sui nuovi ritrovamenti. I prossimi scavi sono previsti nell'agosto 2007 Si procederà in direzione nord verso Noia.

La nascita di Venere dal terremoto : 50 anni di scavi ad Alba Fucens

La nascita di Venere dal terremoto : 50 anni di scavi ad Alba Fucens
di PIETRO M. TRIVELLI
Mercoledì 1 Novembre 2006, Il Messaggero

In esposizione i 50 anni di scavi ad Alba Fucens, Pompei d’Abruzzo

Due teste scultoree, ritratti di Massimiano e Costanzo Cloro, sovrani della quarta parte del mondo romano, danno il benvenuto alla mostra archeologica che si apre questa mattina all'Accademia Belgica (fino al 10 dicembre, ingresso libero). Si espone il meglio di quanto gli archeologi hanno recuperato in cinquant'anni di scavi, nell'antica Alba Fucens, in Abruzzo: colonia romana fondata nel IV secolo, a sette chilometri da Avezzano, a mille metri di altezza («in excelso locata saxo», come la descrive Strabone), presso il Fucino, che dà il nome alla città sepolta.
La mostra si divide in due sezioni. La prima, con la documentazione delle campagne di scavo. La seconda, con i reperti: mosaici, preziose tarsie marmoree, immagini di divinità, efebi e dignitari, arredi, testimonianze di vita quotidiana, sculture tra cui una splendida Venere.
Terra devastata dal terremoto, nel 508 dopo Cristo (come accadrà ancora nel 1915, quando Avezzano fu rasa al suolo dal “terremoto della Marsica”), richiama la catastrofe di Pompei. Anche Alba Fucens è diventata un “paradiso” per l'archeologia. Dal 1949, quando cominciò la missione archeologica per iniziativa del direttore dell'Accademia Belgica a Roma, Fernand De Visscher. «Con l'aiuto di mio padre, Franz De Ruyt, e poi di Joseph Mertens, anche lui direttore dell'Accademia, cominciarono gli scavi», ricorda l'ambasciatore del Belgio, Jean De Ruyt, intervenuto ieri mattina alla presentazione della mostra, con la curatrice Adele Campanelli. Presenti anche i direttori generali degli Archivi, Maurizio Fallace, e dei Beni culturali dell'Abruzzo, Roberto Di Paola, e Flavia de Sanctis dell'Associazione Antiqua.
“Poco grano, molti frutti”, è il titolo della mostra, ripreso da una massima latina, a doppio senso: riferita al tempo in cui si coltivavano più mele che spighe, ma anche per significare che gli archeologi hanno fatto un buon “raccolto”, pur nella ristrettezza delle risorse. Gliene è grata Venere, al centro della mostra. Fu trovata nel 1951, in quattro pezzi, davanti a una Taverna. Priva della testa, ci si può concentrare sulle finezze del corpo che abbaglia. Gli operai che la intravvidero per primi la chiamarono “una pietra scolpita”. E l'archeologo De Visscher annotò poeticamente: «Essa mostra il giovane splendore delle sue forme sotto il ridente sole del mattino. Il Sole s'innalza e la inonda di raggi sempre più ardenti. Penso all'invocazione di Lucrezio, alla Dea potente e santa, senza la quale nessuno approda alle sponde divine della luce».
Ma tutta Alba Fucens, è una scoperta, una «grandiosità naturale e illimitata» (come si espresse) Cesare Brandi. Nel cuore dell'antica città romana, municipio “fortissimo” e “urbs munita”, nella descrizione di Cicerone. Con un saluto in versi di Anonimo dell'Ottocento: «Giace l'antica Alba al suol distrutta / Arena ed erba coprono le sue grandezze». Finché i bravi archeologi hanno fatto il "miracolo" di resuscitarla.

Un viaggio nella Necropoli nascosta di Vigna Pia.

Un viaggio nella Necropoli nascosta di Vigna Pia.
mercoledì 1 novembre 2006 Il Tempo

Scoperta per caso sulla Portuense nel 2000 durante i lavori di sbancamento per realizzare un garage, è stata riaperta pochi giorni fa, dopo quasi cinque anni di scavi e restauri. Un sito composto da due nuclei, che può essere visitato durante le ore diurne, mentre la sera rimane aperto, a disposizione di un punto di ristoro. L’intera area, che prevede anche la realizzazione nello spazio antistante di un giardino, da adibire a verde pubblico, è costata fino ad oggi 120 mila euro ed è sorta grazie al concorso professionale e finanziario della Soprintendenza archeologica di Roma e grazie al sostegno del XV Municipio. «La storia è qui fra noi - ha commentato Gianni Paris, presidente del XV - e quindi non occorre andare per forza in centro storico per poter conoscere le nostre origini».