lunedì 17 agosto 2009

Foro e Palatino, Carandini e l'avventura dell'archeologia

Foro e Palatino, Carandini e l'avventura dell'archeologia
Oliviero La Stella
Il Messaggero, 05-APR-2006

ALTO, eretto, elegante nel suo abito sportivo, Andrea Carandini con il piglio di chi è di casa incede fra le migliaia di turisti che affollano il Foro Romano, alcuni dei quali sembrano storditi e disorientati da tanta storia che li circonda. Con altrettanta sicurezza salta agilmente oltre le recinzioni, che proteggono le aree interdette ai visitatori. Infine si ferma e si siede su un gradino di marmo. «Ecco, siamo nella casa delle Vestali», dice. In questo angolo silenzioso, dal quale si può osservare il Campidoglio con un'angolazione insolita, siamo assolutamente soli. I turisti neppure si scorgono. Andrea Carandini, l'archeologo che da vent'anni scava fra il Foro e il Palatino, lo studioso che ha riscritto la storia delle origini di Roma, appare meno austero su questo gradino e sembra quasi sorridere. Come quei ragazzini che si apprestano a rivedere un film o ad ascoltare una favola che già conoscono, e che amano. «Questo - dice - è il luogo da me prediletto».
«Da bambino - racconta - ci venivo con mia madre e talora anche con mio padre. Abitavamo in via Ventiquattro Maggio e molto spesso facevamo una passeggiata che dal Quirinale ci portava proprio qui, scendendo dalla Salita del Grillo. Erano gli anni della dittatura e mio padre Nicolo, in quanto antifascista, era sovente costretto a nascondersi. In quei periodi vivevamo in una singolare condizione di sospensione che, tuttavia, mi faceva godere della sua presenza in queste passeggiate».
Il professore fa una breve annotazione: «L'unico neo del percorso era l'attraversamento di via dei Fori Imperiali. Un luogo assai brutto, che resta anche oggi tale nonostante le cure che gli sono state prestate. Ma, che vuole, quando si crea nel tessuto di una città antica una lacerazione del genere è molto difficile risanarla».
«C'è una foto - prosegue Carandini - che ritrae mio padre e me a due passi da qui, fra il Tempio delle Vestali e quello di Antonino e Faustina. Avrò avuto più o meno diciotto anni. Ebbene, allora non potevo neppure lontanamente immaginare che nel 1985-86 sarei tornato proprio in questo luogo a compiere i miei scavi. Come non potevo pensare che avrei fatto il professore alla Sapienza, l'università in cui ho studiato. Né che sarei tornato ad abitare nella casa dei miei genitori in via Ventiquattro Maggio». La vita, dice, dapprima lo ha portato lontano. A Siena, a Pisa, dove ha insegnato, a scegliere la filologia e poi la storia dell'arte antica prima di avvertire la vocazione per l'archeologia. Poi il Destino lo ha riportato «nei luoghi delle origini». Osserva: «A sessantotto anni scopro che la storia ha una sua logica. Anche la nostra storia individuale. E' come essere il romanziere della propria vita: molto spesso il narratore non sa quale sarà il finale, ma dentro di lui vive il progetto inconscio che lo condurrà a quel finale e non a un altro».
Carandini indica alcune piante di rose abbarbicate a un muro. «Quelle le ha piantate Giacomo Boni, un famoso archeologo scomparso nel 1925, la cui figura quand'ero ragazzo ancora aleggiava sul Foro e sul Palatino. Rese queste rovine un giardino popolato di muri, statue e fiori. Dopo di lui, negli scavi si è certo guadagnato in scientificità, ma si è perso in poesia». Di questo posto, in cui vivevano le vergini sacerdotesse addette al culto di Vesta, il culto del fuoco sacro comune, il professore parla come della porta attraverso la quale si accede al labirinto della storia di Roma: «Scavare nella storia del santuario significa ricostruire dalle origini quella della città».
Spiega che il lavoro dell'archeologo è fatto di metodo, pazienza e fatica: «E anche di creatività scientifica».
Occorre scavare su una superficie estesa, così come ha fatto lui che ha analizzato circa un ettaro del Foro e del Palatino, e arrivare alla terra vergine, laddove la storia comincia: «Altrimenti è come se si leggesse un libro non dalla prima pagina ma da metà testo. Ed è quello che s'è fatto fino a vent'anni fa: gli strati profondi della Roma antica sono stati raggiunti in zone molto limitate, o male, o niente affatto. Di conseguenza, ne è risultata una ricostruzione storica imperfetta». I suoi scavi, come s'è detto, hanno permesso di riscrivere la storia delle origini di Roma; gli esiti più recenti sono stati pubblicati nel suo ultimo libro "Remo e Romolo", edito da Einaudi due mesi fa, un testo che dopo due settimane in libreria già aveva esaurito la tiratura iniziale.
Dell'intensa attività archeologica che si svolge nella nostra città, e che consente «ogni anno scoperte straordinarie», Carandini dice che sarebbe tuttavia più proficua se vi fossero più programmazione e più concertazione: «Invece, ahimè, ognuno va per conto proprio». Si duole che dell'altro luogo da lui molto amato, il colle del Quirinale, si sappia così poco. Meriterebbe, afferma, un'approfondita ricerca. Lamenta inoltre l'assenza di un museo che ripercorra per intero la storia urbanistica della città dalle origini all'attuale Piano regolatore.
Abbandoniamo il nostro gradino. Il professore tornerà qui ai primi di giugno, come ogni anno, per riprendere lo scavo. Nostalgia per il tempo remoto delle passeggiate al Foro, conclude non ne ha. «Se non per i ritmi di vita meno concitati. Anche le facce, allora, nonostante la miseria e la violenza, erano più allegre. Mi capitava spesso di incontrare per la strada gente che cantava». Gli piacerebbe poter ripetere con la figlia sedicenne, Greta, il rito che compiva con i suoi genitori. «Ma lei ha lo studio, i compagni, la tv, gli sms...I suoi tempi sono ancora più concitati dei miei. D'altronde è normale. Sta scoprendo la vita».


nel disegno veduta del Palatino

Acquedotti dell'Acqua Claudia di contro Santo Stefano Rotondo

Acquedotti dell'Acqua Claudia di contro Santo Stefano Rotondo

Ritrovata la città di Castore e Polluce, ma non si possono effettuare scavi. Mancano i soldi

Ritrovata la città di Castore e Polluce, ma non si possono effettuare scavi. Mancano i soldi
Il Gazzettino - Friuli - 10.04.2006

Per gli scopritori, Lorenzo e Stefania Quilici, è la mitica città di Amyclae, fondata dai Dioscuri Castore e Polluce a capo di un gruppo di spartani, il cui racconto si perde nella notte dei tempi. Di certo è l'importante ritrovamento nel Parco Nazionale dei Monti Aurunci di un'area urbanistica vasta (ben 33 ettari) e articolata, rimasta nascosta per 2.300 anni.
Presentata nell'ambito della Settimana dei Beni Culturali, la scoperta è sorprendente se si pensa che il sito dista solo 2,5 chilometri (in linea d'aria) da Fondi e si affaccia sulla piana tra Terracina e Sperlonga. «Ma è in una zona molto impervia», ha commentato il direttore generale per i Beni archeologici Anna Maria Reggiani, che pensa in un futuro a istituire dei percorsi di visita, mentre al momento sono escluse campagne di scavo. «Con questa crisi -ha detto -non abbiamo nessuna risorsa a disposizione».
«Per fortuna, il sito è all'interno di una zona protetta e non corre pericoli di sorta», ha aggiunto Stefania Quilici che con il fratello Lorenzo ha individuato la leggendaria Amyclae sulla vetta del monte Pianara, alto solo 321 metri, ma coperto da una folta vegetazione e senza vie d'accesso. Il rinvenimento è avvenuto durante le ricerche compiute dai Quilici per l'Università di Bologna e la Seconda Università di Napoli, dove sono docenti, sul tratto dell'Appia antica, in cui la via attraversa le gole di Sant'Andrea. «Lì la strada per tre chilometri conserva perfettamente il selciato romano», racconta Lorenzo Quilici, che durante i rilievi del Santuario di Apollo, rinvenuto dove si erge il Fortino di Fra Diavolo, è stato informato che sul monte Pianara erano visibili delle mura poligonali, mai indagate. Dopo una difficile arrampicata, prosegue lo studioso, sono apparsi i resti di un antichissimo abitato, cinto da mura imponenti, ben conservate soprattutto sul versante orientale, dove lo spessore raggiunge i 2,2 metri, con un'altezza massima di 4,5. La città, ha detto Quilici, mostra una pianificazione urbanistica arcaica di grande interesse, che dovrebbe essersi sviluppata dal VI al IV o III secolo a.C. «La distruzione della città -ha proseguito -potrebbe essere avvenuta per un terremoto devastante, come dimostrano alcuni blocchi sobbalzati uno sull'altro, che testimoniano un sommovimento sismico rilevante».
«Le dimensioni del sito hanno fatto pensare a una città che lascia il segno sul territorio» ha detto Stefania Quilici e il pensiero è andata alla mitica Amyclae, che dal Rinascimento veniva cercata nel lago di Fondi. Del resto, la città dei Dioscuri, che, come ricorda Virgilio, combatté contro Enea, era una leggenda fin dall'antichità, e se ne parlava di un luogo ormai scomparso già nel II secolo a.C.. Chi non è d'accordo con questa teoria, sostiene che il sito potrebbe avere un rapporto con Fondi, essere cioè una prima sede della città portata poi in pianura. Le datazioni delle due città però a un certo punto coincidono, anche se il sito di monte Pianara è di parecchio antecedente.

Resti di tempii e sepocri fuori di Porta Maggiore nel luogo detto Roma vecchia

Resti di tempii e sepocri fuori di Porta Maggiore nel luogo detto Roma vecchia

II parco archeologico con vestigia della «Civitas camunnorum»

II parco archeologico con vestigia della «Civitas camunnorum»
Gian Mario Martinazzoli
GIORNALE DI BRESCIA 12/04/2006

CIVIDATE CAMUNO. È Stato inaugurato tre anni fa il parco archeologico di Cividate Cannino composto dai resti del teatro e dell'anfiteatro romani del primo secolo dopo Cristo, rimasti per quasi due millenni sotterrati sotto una spessa coltre di terra o, peggio ancora, devastati e spogliati fino all'osso.
La "Civitas camunnorum" ha cosi restituito uno scampolo di architettura, un brandello di tessuto cittadino che si affianca alle tante altre vestigia che qui fanno pensare a tenne, templi, luoghi pubblici e dimore signorili.
L'indicazione del teatro avvenne nel 1972 quando riaffiorò una piccola porzione che subito fece pensare alla punta di un patrimonio sommerso. Nel 1984, poi, fu la volta dell'anfiteatro, attiguo al teatro ma più spostato in direzione sud. Fu soprattutto nell'arco di tempo che va dal 1995 al 1997 che le campagne di scavo presero una piega sempre più interessante ed incoraggiante. Regione Lombardia, Comune di Cividate, Comunità montana e Bim unirono le forze e credettero a quanto progressivamente stava riaffiorando dalla piana e soprattutto dal versante adagiato ai piedi del colle di Barberino.
Adesso, il risultato è sotto gli occhi dei visitatori che possono ammirare l'efficacia del progetto di recupero e la semplicità dell'ordito architettonico del luogo che fu vanto e gloria della "civitas" divenuta capitale romana della Valle a partire dal 16 avanti Cristo.
La zona archeologica del parco è adagiata proprio ai piedi dello sbarramento roccioso che sembra chiudere la valle, in posizione bellissima, protetta dai venti freddi del nord e acusticamente molto adatta.
Sono tornati alla luce la gradinata del teatro e parte della scena oltre alla cavea e alla scena dell'anfiteatro.
Quest'ultimo presenta una struttura ellittica con il diametro maggiore di 74 metri e quello minore di 65, realizzata con ciottoli del fiume Oglio tenuti insieme da una malta molto robusta, contrariamente a quanto è stato riscontrato altrove. Forse è anche per questo che il complesso dei ruderi è di tutto rispetto, in grado in ogni caso di dare un'idea precisa della trama architettonica di duemila anni fa.
Il complesso teatro-anfiteatro di Cividate permette di avvicinarsi al modello insediatìvo tipico della città romana.

Veduta del Circo massimo e del Palazzo de Cesari nel Palatino

Veduta del Circo massimo e del Palazzo de Cesari nel Palatino

Ritrovata un'antica statua romana

Ritrovata un'antica statua romana
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Il quotidiano del Molise 13/04/2006

La provincia di Isernia torna a far parlare di sé quanto a storia e reperti archeologici. Nella giornata di ieri è stata infatti rinvenuta una statua romana probabilmente risalente al 300 a.c. in un terreno in agro di Colli al Volturno. Con esattezza si tratta di contrada Valle Porcina, nei pressi del "ponte rosso" dove questa mattina il prof. Michele Raddi della facoltà di Beni Culturali di Isernia, con i suoi studenti, ha riportato alla luce un reperto di inestimabile valore. Una statua probabilmente raffigurante un'icona femminile. Il reperto è affiorato all'interno di un sito già da anni individuato, lì dove insiste una villa di epoca romana e un sito tombale con dei resti umani venuti anch'essi alla luce. Il lavoro certosino degli studenti coordinati dal prof. Raddi sono proseguiti per tutta la giornata con grande entusiasmo e viva soddisfazione. Isernia infatti si arricchisce di nuovi siti archeologici dove concentrare energie e studi della neonata facoltà di Beni Culturali. La statua che vediamo nella foto per metà ancora nel terreno rende l'idea dell'importanza che assumerà il sito anche in prospettiva futura. La mano del soggetto sorregge il drappo della veste anche se al busto manca la parte superiore del collo e della testa.
Raggiante e soddisfatto Michele Raddi, referente, tra l'altro, anche della sovrintendenza dei beni culturali e ambientali di Isernia, il quale ha prontamente allertato la sua squadra di studenti e collaboratori per accelerare le operazioni di scavo.
"Si tratta di un tassello importantissimo per la nostra realtà territoriale e universitaria che a questo punto può solo crescere e svilupparsi intorno a tali reperti - ha dichiarato Raddi - infatti sono ben 24 anni che tale sito è stato individuato ma solo da poco si sono intensificati i lavori di scavo. Siamo in presenza di una villa romana, probabilmente risalente al 300 a.c. sulla quale ci proponiamo di intensificare il lavoro e i nostri studi". Una volta terminate le operazioni di scavo, la statua verrà esposta al comune di Colli che la consegnerà alla sovrintendenza per esporla poi in un museo. Nei prossimi giorni saremo in possesso di notizie più dettagliate e precise sull'esatta datazione e in particolare sulla reale destinazione del reperto e in generale sul sito di Valle Porcina.